Il Regno Unito sta discutendo la riforma dei contratti a zero ore, una delle promesse chiave dei laburisti. I sindacati temono che la proposta attuale, con limiti e requisiti, possa svuotare la misura. La consultazione pubblica si chiude la prossima settimana, e il governo cerca di mediare tra imprese e lavoratori.

Un impegno ereditato e a rischio

Il primo ministro britannico Andy Burnham ha ricevuto dal suo predecessore Keir Starmer una promessa fondamentale: ridurre i contratti a zero ore (zero-hours contracts), una forma di impiego che non garantisce un numero minimo di ore di lavoro e lascia il dipendente in totale incertezza su reddito e turni. Tuttavia, i principali sindacati del paese avvertono che la nuova normativa, quando verrà attuata, potrebbe non mantenere quanto annunciato nel programma elettorale. Il dubbio sorge proprio mentre il governo cerca di bilanciare le esigenze delle imprese e i diritti dei lavoratori.

La Employment Rights Act, la legge sui diritti dei lavoratori già approvata, include il principio della riforma, ma le disposizioni specifiche sui contratti a zero ore non entreranno in vigore prima del 2027. Questo lascia spazio a negoziati e possibili modifiche che potrebbero diluire la promessa originaria.

Il punto più contestato

Il documento di consultazione pubblicato prima delle elezioni prevede un limite massimo di ore garantite. I lavoratori che attualmente hanno già un contratto che supera quel limite – il quale potrebbe essere compreso tra 8 e 48 ore settimanali – non avrebbero diritto a un nuovo contratto che allinei le ore reali. In pratica, chi ha un contratto a zero ore ma lavora abitualmente molte più ore, potrebbe non ottenere la garanzia di quella stabilità. È una questione che tocca la giustizia e la sicurezza di milioni di persone.

I costi per le imprese

Il governo ha diffuso una stima ufficiale: l'opzione più ampia della riforma costerebbe alle aziende fino a 2,9 miliardi di sterline all'anno. La Camera di Commercio britannica ha commentato definendo la scelta un "un altro colpo per molte aziende che lottano per restare a galla", alzando la tensione tra istanze di flessibilità e protezione sociale.

La mobilitazione dei sindacati

Le segretari e i leader dei principali sindacati hanno espresso un duro dissenso. Joanne Thomas, segretaria generale del sindacato dei lavoratori di negozi Usdaw, ha sottolineato: «Il diritto a un contratto che garantisca le ore di cui tu hai lavorato normalmente è una questione di giustizia e sicurezza di base. Deve essere applicato a tutti, anche ai full time. Non possiamo permettere che la legge sia affossata da scappatoie che la rendano inutile».

Ross Holden, responsabile politiche del sindacato GMB, ha aggiunto: «Temiamo che, senza un ripensamento sostanziale, la Politica non corrisponda a quanto promesso nel manifesto». E ha voluto che: «Se il disegno della Politica è unilaterale, esiste il rischio concreto che i lavoratori vengano privati di diritti fondamentali».

Un ulteriore nodo arriva dal sindacato Unite, che ha criticato il requisito di “regolarità” introdotto dal progetto: «Il governo ha costruito un principio così restrittivo che quasi nessun lavoratore potrà rientrarvi. Se l’obiettivo era creare un diritto incontestabile, non avrebbe potuto farlo migliore».

Il TUC (Trade Union Congress) ha rilevato che la stima dei costi governativa assume che i datori di lavoro non cambi mode. Kate Bell, vicesegretaria generale, ha spiegato: «Il 40% del costo stimato è la compensazione per i turni cancellati all'ultimo. Ciò presuppone che le aziende non adattino i propri comportamenti, ma è un'evoluzione che non può essere vista in modo statico». A questo si aggiunge il fatto che gli stessi dati mostrano come i lavoratori con contratti a zero ore perdono mediamente 3.000 sterline all'anno a causa dei turni irregolari e incerti.